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Studi sull'italiano popolare

L’italiano popolare è stato studiato molto più del francese popolare, benché sia nato più tardi. I primi ad occuparsene furono Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. De Mauro ne parla nella sua introduzione alle Lettere da una tarantata; si tratta di una raccolta di lettere che Anna del Salento, una donna con solamente la prima elementare, scrisse all’antropologa Annabella Rossi; alla “buona signorina”, con cui strinse un rapporto di fiducia e confidenza, Anna racconta varie vicende della sua vita, e lo fa sforzandosi di scrivere in italiano, lingua che padroneggia a stento; anche se è consapevole di fare molti errori, non si perde d’animo, perché si rende conto che l’importante non è scrivere bene, ma riuscire a farsi capire. Ben lungi dal criticare il modo di esprimersi di Anna, De Mauro loda il suo stile autentico, vivace e originale, sicuramente migliore di quell’italiano stantio imposto dalla scuola, paragonata ad un “rullo compressore” che appiattisce e livella la lingua rendendola vuota, monotona e prevedibile. Queste pagine sono importanti perché De Mauro non solo ha, per così dire, fornito le coordinate storiche, sociali e culturali per capire la nascita e lo sviluppo dell’italiano popolare, ma anche perché per primo ha visto questa varietà di lingua come un prodotto sorprendentemente unitario, frutto della volontà delle classi subalterne di superare le barriere costituite dai dialetti e dai regionalismi: per comunicare avevano bisogno di una lingua che fosse al di sopra della dimensione locale e che tutti, dal Nord al Sud Italia, potessero comprendere. L’etichetta di “italiano popolare unitario” divenne così abituale.

Anche Manlio Cortelazzo (Lineamenti di italiano popolare, 1972) ne fa uso ma, attribuisce l’unitarietà ad altri fattori (la scuola, il sostrato culturale comune dei parlanti) più che all’intenzionalità comunicativa. Cortelazzo ha compiuto un attento studio dei tratti tipici dell’italiano popolare a livello fonetico, morfologico, sintattico e stilistico; la sua analisi è un punto di riferimento importantissimo per chi si avvicina allo studio di questa varietà.

Nel 1976 Laura Vanelli, nella sua “Nota linguistica” sulle lettere dei prigionieri di guerra raccolte da Spitzer, compie delle osservazioni molto interessanti. Innanzitutto nota che non tutti i tratti caratteristici dell’italiano popolare sono riconducibili all’interferenza con il dialetto sottostante. Poi avanza l’ipotesi che, così come fu fatto per il francese popolare, anche per l’italiano popolare si possa parlare di “lingua avanzata”; l’italiano popolare non sarebbe quindi solo un cumulo di errori, ma una lingua che, non essendo vincolata dalle regole dell’uso letterario, ha ripreso il suo corso naturale. Infine, nota che molti degli “errori” dell’italiano popolare si possono già trovare negli autori del Trecento e del Quattrocento.

Anche Alberto Sobrero, in I padroni della lingua (1979), riprende l’idea dell’italiano “avanzato”, sostenendo che lo studio dell’italiano popolare deve assumere una prospettiva storica e che si deve concentrare sulle tendenze che prefigurano “l’italiano di domani”. Intanto, però affiorano dei problemi che è difficile risolvere: si tratta di definire i confini dell’italiano popolare, cioè di capire cosa lo distingue dalle altre varietà substandard.

Giulio Lepschy, in Italiano popolare. Riflessioni su riflessioni (1983), espone i problemi che si presentano a chi studia questo argomento, ponendosi una serie di domande: quanto è unitario l’italiano popolare? Cosa lo distingue dall’italiano regionale? E cosa dall’italiano familiare o colloquiale? Questi interrogativi non possono essere ignorati e tutti gli studi a seguire tentano di fornire delle risposte. Gaetano Berruto ha contribuito in maniera determinante alla definizione dell’italiano popolare. Ha affrontato più volte l’argomento chiarendo alcuni punti e a stimolando la riflessione e la ricerca su altri, ancora aperti.

Le fonti utilizzate per lo studio dell’italiano popolare sono, come per il francese, in maggioranza scritte, specialmente per quel che riguarda gli studi tradizionali: lettere di soldati al fronte e di prigionieri di guerra, autobiografie di emigrati e di esponenti della piccola malavita (Autobiografie della leggera, raccolte da Danilo Montaldo), le lettere di Anna del Salento, memorie autobiografiche, testimonianze di lavoratori, e anche compiti scolastici.

Manlio Cortelazzo manifesta alcune riserve sulle fonti di cui si è servito: sospetta infatti che siano state tutte più o meno “ripulite” dai curatori e invita quindi a guardare a questi documenti con molta cautela. Auspica infine che per le rilevazioni future si trascrivano con assoluta fedeltà le registrazioni su nastro e che si riportino integralmente i testi scritti (Cortelazzo, 1972, p. 23).

Il problema delle fonti, come vedremo, è di fondamentale importanza quando si tratta di analizzare i tratti linguistici che distinguono l’italiano popolare da quello colloquiale e dall’italiano parlato; queste questioni non si possono affrontare mettendo a confronto testi orali da un lato e testi scritti dall’altro. Inoltre la lingua popolare è per sua natura principalmente parlata1; la scrittura è una forzatura, e sarebbe quindi un’operazione disonesta prendere in esame solo testi scritti. Purtroppo si sono raccolte assai poche testimonianze orali in italiano popolare2. E sarebbe invece indispensabile farlo, specialmente adesso, anche (e forse soprattutto) per un altro motivo: l’italiano popolare dei soldati della Prima Guerra mondiale non può certo essere come l’italiano popolare che si parla al giorno d’oggi. Ora siamo nel 2005 e le cose sono sicuramente cambiate (vedi più avanti “L’italiano e il francese popolare in prospettiva diacronica”).

1 Berruto sostiene che la l’italiano popolare “sia in primo luogo lingua parlata , e solo secondariamente scritta” (1987, p. 111). Bartoli Langeli, invece, è di opinione contraria: “l’italiano popolare è un modo di scrivere, non di parlare”, perché gli illetterati parlano dialetto, non italiano, e “per il solo fatto di aver imparato a scrivere, realizzano quella che essi ritengono la lingua scrivibile, non la lingua che parlano. (2000, p. 168). Forse entrambi i punti di vista sono veri, purché si precisi a quale periodo si faccia riferimento: se si parla dell’italiano popolare attuale, contemporaneo, sarà più vero quanto dice Berruto, perché al giorno d’oggi l’italiano popolare si parla più di quanto non si scriva; se invece ci si riferisce all’italiano popolare di fine Ottocento e inizio Novecento, sarà più giusta l’osservazione di Bartoli Langeli, perché in quel momento storico la produzione scritta fu molto abbondante; inoltre era più netta l’equivalenza italiano= lingua scritta, dialetto= lingua parlata.

2 Le analisi che hanno fatto uso anche di materiale parlato sono molto poche: A. M. Arnuzzo (1976) ha fatto dei rilievi di italiano popolare nel basso Monferrato; Rovere (1997) nella sua raccolta prende in esame anche alcune interviste; Poggi Salani (1977) si basa su una sola mezz’ora di registrazione; Sornicola (1981) analizza il parlato campano, ma non focalizza il problema dell’italiano popolare. C’è poi la raccolta di Foresti (1983) che comprende testimonianze orali e scritte di soldati della prima guerra mondiale.