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Studi sul francese popolare


Nonostante il francese popolare sia nato molto prima dell’italiano popolare, gli studi su questo argomento sono stati abbastanza scarsi sia quantitativamente che qualitativamente, specialmente nei primi tempi. Il primo a occuparsene fu Charles Nisard nel 1872 con la sua Etude sur le langage populaire ou patois de Paris et de sa banlieue, mosso da intenti più polemici che descrittivi (dopo la Comune di Parigi, il popolo era visto con sospetto e insofferenza da più di qualcuno). Nei primi anni del Novecento, il francese popolare era più che altro considerato come un “cattivo francese” che bisognava correggere, e quindi lo si prendeva in considerazione solamente in un’ottica prescrittiva: lo scopo era insegnare alla gente cosa dire e cosa non dire (secondo la consueta formula dites… ne dites pas…).

Henri Bauche in Le langage populaire (1920) è il primo a interessarsi al francese popolare con un intento puramente descrittivo. Lo svizzero Henry Frei nella sua Grammaire des fautes (1929) introduce la nozione di français avancé; egli vede il francese popolare come un francese “avanzato” rispetto al francese standard, perché, non vincolato dalla norma e, per così dire, abbandonato a se stesso, ha seguito una sorta di evoluzione naturale, mentre le regole hanno bloccato il francese standard a uno stadio più antico.

In seguito, fino agli anni Sessanta, ci sono stati pochi studi dedicati al francese popolare; possiamo solo rintracciare qualche nota in studi dedicati all’argot o al francese regionale. Questo ha anche contribuito a creare un po’ di confusione, inducendo a pensare che il francese popolare sia un termine che può servire da contenitore per tutte le varietà sub-standard; in realtà, si tratta di una varietà a sé stante che deve rimanere distinta dalle altre, anche se ci possono essere degli elementi che le accomunano.

Nel 1965 e nel 1992 compaiono due volumetti, entrambi col titolo Le français populaire. Il primo è di Pierre Guiraud, il secondo di Françoise Gadet; gli autori si soffermano ad analizzare piuttosto dettagliatamente i tratti fonetici, morfologici e sintattici che caratterizzano il francese popolare.

Eccezion fatta per qualche altro articolo di questi ultimi anni, non c’è più nessuno che si occupi questo argomento; è vero che si parla ancora di francese popolare, ma ormai l’etichetta ha acquisito un diverso significato: viene ora definito français populaire il francese parlato dai giovani, specialmente se immigrati o comunque a contatto con realtà multiculturali e mistilingui, oppure il francese delle colonie. Il francese popolare così come l’abbiamo definito è stato poco studiato: le ragioni vanno ricercate nel fatto che le fonti sono scarse e difficilmente reperibili; inoltre è un soggetto di cui si ha un certo imbarazzo a parlare, perché si rischia di cadere nella stigmatizzazione e nel classismo; infine, è difficile definire che cosa sia esattamente il francese popolare, e se sia giusto definire tale una varietà che differisce per pochissimi tratti dal français familier che tutti i francesi di tutte le classi sociali parlano abitualmente. Ma su questi problemi di definizione e di rapporto tra varietà così simili torneremo dopo.

Per lo studio del francese popolare si sono utilizzate le poche fonti scritte a disposizione; sono scarse, perché questa varietà di lingua è soprattutto orale e si è ricorsi alla scrittura solo quando non se ne poteva fare a meno. Però le fonti scritte sono le uniche di cui disponiamo. Si tratta di documenti giuridici (soprattutto testamenti), corrispondenza (lettere, cartoline), diari, lettere di prigionieri di guerra (Frei usò quelle dei prigionieri della Croix-Rouge).

Bauche, invece, per il suo studio, ha raccolto testimonianze orali; sostiene infatti di aver inserito nella sua opera solamente espressioni che ha sentito moltissime volte e che ha avuto cura di verificare ponendo al “popolo” delle domande da lui formulate appositamente per vedere se l’interlocutore avrebbe risposto con la forma che lui si aspettava (Bauche, 14).

Un’altra fonte è costituita dai giornali “del popolo” che tendono a riprodurre il linguaggio degli strati sociali più bassi: Le Père Duchêne, La Petite Lune, La Lanterne, Le Père Pèinard. Tuttavia si tratta di fonti non molto affidabili perché questi giornali sono scritti da “intermediari culturali”, cioè da redattori istruiti che conoscono solo superficialmente la lingua popolare, e nei loro scritti non fanno altro che inserire degli stereotipi (Gadet, 1992, 11).

Lo stesso si potrebbe dire per un’altra fonte, costituita dalle opere letterarie che hanno riprodotto qua e là la parlata popolare: i romanzi di Eugène Sue, Balzac, Zola, Henry Monnier, Hugo; e poi: Léon Frapié, Emile Guillaumin, Louis Pergaud, René Benjamin, Henri Poullaille, Louis Guilloux, Jehan Rictus, Henri Barbusse, Maurice Genevoix, Louis-Ferdinand Céline, Jean Giono, Francio Carco, Raymond Queneau (Zazie dans le métro). La maggior parte di questi autori non è di origini “popolari”, e anche per loro c’è il rischio di cadere nello stereotipo (id., p. 13).